Ser Ciappelletto: riassunto dettagliato, commento e analisi della novella del Decameron



Riassunto dettagliato e commento della novella Ser Ciappelletto del Decameron: un'analisi che vi aiuterà a superare compiti e interrogazioni


ser ciappelletto novellaQui di seguito vi proporremo il riassunto dettagliato, l'analisi e il commento della novella di Ser Cepparello da Prato (o Ser Ciappelletto, che dir si voglia) contenuta nella prima giornata del Decameron boccacciano e proferita per bocca di Panfilo, il primo narratore secondo l'ordine stabilito da Pampinea. Va detto che sotto il reggimento di Pampinea non c'è un tema prescelto (la stessa situazione si riproporrà nella nona giornata) e i personaggi, che finalmente prendono la parola per raccontare le loro storie, diventando così a pieno titolo narratori (narratori di secondo livello, o livello inferiore), godono di un ampio margine nella scelta della materia narrata; recenti studi critici hanno tuttavia evidenziato come una parziale convergenza delle dieci novelle raccontate in questa prima giornata sia da individuare attorno al tema della corruzione nei vari livelli della società.

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Sicuramente la corruzione materiale dilagante fuori dall'amena villa rurale nella quale i ragazzi trovano riparo, e rappresentata dal pestifero contagio, deve aver stimolato il primo immaginario dell'allegra brigata che, come in un gioco di risonanze e reciproci rispecchiamenti, raccontano storie di corruzione morale. E proprio di corruzione tratta la novella di Ser Ciappelletto, che, non a caso, è posta in posizione di prim'ordine: ad aprire le danze, quasi come se per Boccaccio si trattasse di un incipit tardivo e doppione, troviamo un'accurata selezione di temi e di stilemi che si ripresenteranno a più riprese nel corso di tutta l'opera.

La trama di Ser Ciappelletto

Ma procediamo con ordine: anzitutto la trama. La novella narra di Ser Ciappelletto, venuto al mondo diavolo e morto in odore di santità. Trattasi del falsario più turpe e riprovevole che si sia mai visto; si è sempre compiaciuto, alla stregua di un maiale che ruzzola nel fango, della dissolutezza morale e scelleratezza, sguazzando senza alcuna remora ma anzi con ridanciana soddisfazione, nello spergiuro, nella bestemmia, nel latrocinio, e nell'omicidio. 

I suoi floridi intrallazzi prendono un'impennata quando entra in affari con Musciatto Franzesi, mercante poi ripulito cavaliere, che lo assume affinché si occupi per interposta persona di riscuotere i debiti che i borgognoni, uomini riottosi e sleali, avevano accumulato presso di lui.

Succede che durante il soggiorno presso due usurai fiorentini, nello svolgimento delle sue mansioni, un malore lo coglie di soppiatto e, rivelatosi presto fatale, si prepara a lasciare con relativa precocità questo mondo. 

Di fronte al tragico ripiegamento degli eventi i padroni di casa reagiscono con spaesato imbarazzo. Che cosa fare? Chiamare un prete pur sapendo che coi trascorsi a dir poco burrascosi dell'ospite gli avrebbe rifiutato l'assoluzione, o seppellirlo al di fuori del regno? Sarebbe impensabile inumarlo in terra consacrata senza avergli concesso l'ultimo sacramento. 

A trarli dall'impaccio arriva lo stesso Ser Ciappelletto, che, a un certo punto della novella, chiede espressamente di vedere un prete per ricevere l'assoluzione dai suoi decennali peccati e, in tutta tranquillità e col beneplacito di mamma Chiesa, l'estrema unzione. Inizia così la sequenza più gustosa e sostanziale della novella ovvero il dialogo tra il candido prete bonaccione e il malizioso acutissimo Cepparello, refrattario persino in punto di morte al pungolo del vero pentimento e di una prospettiva di dannazione eterna.

Con una serie di più o meno aperti travisamenti, raggiri, storture logiche e vere e proprie menzogne il diabolico protagonista tesse una ragnatela di menzogne, nella quale il prelato si muove ignaro e credulone, bevendosi una dopo l'altra le bugie edulcorate del moribondo e arrivando al punto di convincersi che il peccato più grave perpetrato da Cepparello fu un'imprecazione rivolta alla madre in uno scatto d'ira.

Al culmine dell'ipocrisia ser Ciappelletto racconta di trasalire ogni qualvolta che gli capita di udire infamie o bestemmie. Si immedesima tanto nella parte che pare agli orecchi del prete come a quelli del lettore sinceramente scandalizzato da certo comportamenti, che invece, come ha precedentemente asserito il narratore, gli sono propri:
  
- Oh!- disse ser Ciappelletto- cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudici? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio. 

Commento e analisi della novella di Ser Ciappelletto

E poi c'è il capovolgimento della frittata, il confezionamento ad arte della beffa del secolo: e colui che nella vita si è impegnato a battere con ostinata costanza la strada dell'empietà ora diviene un fulgido e pio benefattore, per il quale si deve pur istituire una messa di suffragio. L'irredento che si fa uomo di fede, la storia di un vizioso che d'un tratto diviene agiografia, e l'exeplum tanto caro ai trattatisti e predicatori medievali viene sapientemente ribaltato. Ecco che la novella si connota di un genere ben preciso, che sconfina dalla mera aneddotica e si concretizza nella parodia dell'exemplum.

Sicuramente non il primo a maneggiare materia parareligiosa con tono dissacrante e provocatorio (si pensi alla tradizione dei fablieux e a certi scollacciati lais), Boccaccio spicca non solo per la dirompente ilarità, il gusto per un gioco di parole meno rozzo, e la ricerca del concetto acuminato e salace, ma soprattutto per un'inedita indulgenza accordata dallo sguardo autoriale a personaggi moralmente abietti, che la tradizione letteraria coeva o appena precedente avrebbe trattato con palese riprovazione o all'opposto con grottesco distacco. Il Decameron è invece, e per questo, opera di rottura e insieme fondante di una morale nuovissima e tutta umana, che abita invece che nel petto del cavaliere o dell'uomo di fede, nelle tasche del commerciante. E non a caso è considerato da molti il primo vero romanzo (se con romanzo intendiamo hegelianamente l'epopea della borghesia).

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Va poi rilevato come la novella di apertura inauguri una nuova concezione della parola. Alla luce degli stravolgimenti che il ceto medio sta operando nel Trecento oltre che ad una morale nuova si deve giungere ad una nuova dialettica e insieme una nuova retorica. L'idea platoniana e cristiana che la lingua debba proferire verità risulta stantia se non compassata: una lingua ben affilata è invece utile a risolvere situazioni apparentemente insolubili, sbrogliare fili così intrecciati da non ammettere spazio per l'onestà; e con la giusta eloquenza puoi ingannare persino il tuo confessore, il giudizio dei posteri e chissà, magari la morte stessa. 

Si può dire che l'opera intera si muova secondo tale prospettiva, che trova piena focalizzazione nella sesta giornata - Risposte pronte e argute che permettono di togliersi d'impaccio o da una situazione pericolosa – ma giace sotterranea e subliminale nel corso di tutt'e dieci le giornate, riaffiorando in alcuni momenti pregnanti della trama, come lo scioglimento finale del breve intreccio.

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Un ultimo accenno di approccio alla novella che si vuole tentare è di tipo meramente sociologico. Se i personaggi trascendono se stessi e si fanno rappresentanti di tutto quanto il loro ceto sociale, notiamo che l'idea delineata da Boccaccio circa il suo spaccato sociale vede una Chiesa rintontita e senile, parzialmente inetta, che non riesce più a star dietro alle esigenze di un mondo che sta uscendo con forza dal Medio Evo, alle riscoperte forze, ma si affida a convinzioni malferme e facilmente raggirabili, e parallelamente un ceto mercantile e borghese rampante, corrosivo, senza scrupoli, che facilmente e molto volentieri le raggira. Un'immagine che può ricordare il poema satirico allegorico Ysengrimus del chierico Nivardo di Gand.

La foto è tratta da Pixabay.com


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