Errori grammaticali comuni: dieci figuracce da evitare per salvare la grammatica italiana



Quali sono gli errori grammaticali più comuni e com'è possibile evitarli per non fare figuracce? Ecco qualche dritta linguistica che vi farà comodo


errori grammaticali comuni
Quali sono gli errori grammaticali più comuni? Non abbiamo la possibilità di effettuare sondaggi su ampia scala, né sono stati effettuati studi recenti sui dubbi linguistici più diffusi; ciò non vuol dire, però, che una qualche ipotesi non possa essere azzardata e che non possiamo darvi delle dritte per evitare di sbagliare.

Alcuni degli errori più comuni in grammatica italiana dipendono non tanto da scarse conoscenze quanto da pigrizia: le abitudini finiscono per trasformarsi in vizi linguistici e segni come l'apostrofo, per fare solo uno dei tanti esempi, finiscono per essere utilizzati perché meno comodi in certe circostanze (pensate al fatto che molto spesso "po'" viene scritto con l'accento e non con l'apostrofo, perché con il telefono bisognerebbe premere un tasto in più nel secondo caso); se in diversi casi tale atteggiamento può essere giustificato, in molti altri - quelli che presenteremo proprio qui di seguito -, no: come la matematica, anche la lingua italiana non è un optional e dunque ha le sue regole.

Ma veniamo al dunque: quali sono gli errori più diffusi e com'è possibile evitarli?

1. Accento e apostrofo non sono la stessa cosa

Il primato non poteva che spettare ai già citati accento e apostrofo: parole come "perché", "cioè", "però", "giù" e così via vanno scritte con il primo e non con il secondo dopo la vocale (*perche', cioe', pero', giu'); in questi casi, l'uso dell'apostrofo è accettabile - ma non da consigliare - solo quando si utilizzano le maiuscole, e cioè qualora doveste scrivere "PERCHE'" in luogo di "PERCHÉ"; tutto questo, in un contesto non molto sorvegliato, ovviamente: se dovete scrivere una tesi di laurea, per esempio, la scelta deve ricadere sempre e solo sull'accento; "e" maiuscola accentata non ha un simbolo sulla tastiera? Nessun problema: cliccate su "Inserisci simbolo" (o simile) in Microsoft Word e troverete tutto ciò di cui avrete bisogno.

Il consiglio: leggi il nostro approfondimento sulla differenza tra accento e apostrofo.

2. Non confondere accento acuto e accento grave

Sempre a proposito di accenti, ricordate che tutte le parole che terminano con -ché o -tré vogliono l'accento acuto e non quello grave (quello di "cioè", per esempio); ci sono anche altri casi, come il passato remoto di alcuni verbi ("poté", "batté" etc...), ma la regola generale è questa; tutto il resto degli accenti - su tutte le altre vocali finali, quindi - è sempre grave ("però", "giù", "lì", "vedrà"). Confondere l'accento acuto con quello grave non è un errore madornale - in fin dei conti, l'accento è stato indicato -; non si tratta, però, neanche di una sottigliezza: ecco perché, qualora questo argomento vi fosse nuovo, i nostri consigli sulla corretta accentazione delle vocali finali faranno proprio al caso vostro.

Il consiglio: studia quante sono le vocali e perché si dispongono in triangolo.

3. Apostrofo solo con elisione e non con troncamento

Ancora sull'apostrofo: questo segno va indicato soltanto quando c'è elisione e non troncamento; scriverete, quindi, "buon amico" e non *buon'amico, "buon uomo" e non *buon'uomo; "buon'amica" e non *buon amica; la stessa raccomandazione vale per "qual è", che va scritto senza alcun segno; il trucco per capire se utilizzare o meno l'apostrofo è piuttosto semplice: lo troverete spiegato chiaramente proprio in questo approfondimento su "qual è".

Il consiglio: svolgi questi esercizi sull'apostrofo e sull'accento.

4. Le parole hanno un significato: non parlate a caso

Esistono anche errori di tipo lessicale: se avete dubbi su una parola, e non siete in grado di ricostruirne l'evoluzione per risalire alla forma corretta, utilizzate il dizionario; online o cartaceo, poco importa: Internet dispone di grandissimi strumenti per la ricerca di lemmi (pensate, per esempio, al Sabatini-Coletti, cui facciamo molto spesso riferimento, ma non solo); un errore classico potrebbe riguardare la resa della parola "accelerare": non tutti sanno che non si scrive *accellerare, perché il verbo deriva da "celere", che certamente non vuole una doppia "l".

Il consiglio: ecco questi esercizi svolti per non sbagliare le doppie.

5. Coniugazione dei verbi irregolari

Attenti alla coniugazione dei verbi irregolari o dei verbi composti; per quanto riguarda i primi, il dizionario e una buona dose di memoria sono indispensabili; per i secondi, invece, è sufficiente coniugare il verbo-base e unirlo, poi, a tutto il resto (se, per esempio, non vi ricordate se si scrive "soddisfando" o "soddisfacendo", chiedetevi qual è il gerundio di "fare" ("facendo"); anteponetegli soddisf- e tutto andrà per il verso giusto.

Il consiglio: dieci domande sui verbi per capire quante ne sai davvero.

6. Anche nomi e aggettivi plurali presentano irregolarità

Non dimenticate che anche il plurale dei nomi e degli aggettivi presenta delle irregolarità; fate attenzione, per esempio, a sostantivi come "psicologo", "medico", "chirurgo", per i plurali dei quali, pur non essendo prevista una regola ben precisa, è bene seguire i consigli dei linguisti oppure affidarsi al dizionario.

Il consiglio: leggi il nostro approfondimento su come formare il plurale.

7. Evitate le ridondanze

Le ridondanze vanno evitate. Molti le classificano come veri e propri "orrori grammaticali", ma non è proprio così in alcuni casi: "a me mi" e "ma però", per esempio, vanno sì evitati, ma non condannati a prescindere; hanno alle spalle, infatti, delle attestazioni letterarie di tutto rispetto - Dante Alighieri, per esempio -. "Ridondanza" sta per "ripetizione", ovviamente: nel caso di "a me mi", non si fa altro che ripetere il pronome due volte, prima nella sua forma tonica ("me"); poi nella sua forma atona ("mi").

Il consiglio: anche Dante Alighieri scriveva "ma però" (ma tu non farlo!).

8. No al "che" polivalente

Altro errore diffuso e ingiustificabile è l'utilizzo del "che" polivalente. Il pronome relativo "che", infatti, può avere solo funzione di soggetto o complemento oggetto; sarebbe scorretto, perciò, scrivere *la valigia che ci ho messo dentro la roba invece di "la valigia in cui ho messo la roba". Discorso diverso, invece, quando "che" assume valore temporale: è meglio scrivere "il giorno in cui sono nato" rispetto a "il giorno che sono nato", certo, ma in questo caso entrambe le forme sono accettate (per vari motivi: uno fra tutti, le molte attestazioni presenti nella letteratura italiana).

Il consiglio: impara a distinguere "che" pronome relativo soggetto da "che" oggetto.

9. SOS punteggiatura, tra pause deboli e forti

La punteggiatura conferisce il ritmo che volete al testo; è da essa che dipende, per di più, il grado di leggibilità di ciò che scrivete: non ci sono, perciò, delle regole ben precise, se non qualcuna; dovete utilizzare, per esempio, i due punti quando servono (per spiegare meglio o descrivere qualcosa), senza sostituirli mai con la virgola; i segni di pausa debole, infatti, non vanno mai confusi con quelli di pausa forte (punti interrogativo ed esclamativo, punto e virgola, due punti, punto).

Il consiglio: leggi tutti i nostri approfondimenti sulla punteggiatura.

10. Mai la virgola tra soggetto e verbo

Sempre a proposito della punteggiatura, evitate la virgola tra due parti del discorso strettamente collegate fra loro: per esempio, tra soggetto e verbo; nome e aggettivo; verbo e complemento oggetto: l'errore è grave e può essere giustificato solo come "licenza poetica".

La top ten è finita, ma state pur certi che gli errori più diffusi in grammatica italiana non finiscono qui. Quale tra questi avete commesso finora? E quale, vi infastidisce di più?


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Errori grammaticali comuni: dieci figuracce da evitare per salvare la grammatica italiana
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