Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, analisi del testo (primo sonetto del Canzoniere di Petrarca)



Analisi del testo di Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, primo sonetto del Canzoniere di Petrarca. Sintesi, commento e guida alla comprensione


canzoniere petrarcaVoi ch'ascoltate in rime sparse il suono è il primo sonetto del Canzoniere di Francesco Petrarca e svolge una funzione proemiale rispetto all’opera; non è quindi collocato all’inizio per ragioni temporali di composizione, ma perché considerato introduttivo al Rerum Vulgarium Fragmenta e alla vicenda che narra.

Il sonetto - di cui proporremo l'analisi del testo - è probabilmente composto tra il 1347 e il 1350, e venne spostato in prima posizione già nella prima redazione, a sottolineare l’idea di ordine che il poeta voleva attribuire all’intera raccolta. Forse è l’ultima delle poesie a essere stata composta.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Analisi del testo, la vanità del "breve sogno"

Si tratta di una poesia di pentimento, in cui il poeta vuole riepilogare la sua esperienza. Il tema viene ora indagato in una prospettiva nuova, che è quella della malinconia del tempo che passa e che non può più tornare. Il tempo, infatti, è una dimensione profondamente radicata nel Rerum Vulgarium Fragmenta, poiché Laura stessa è una creatura che invecchia e l’esperienza d’amore si modifica con il passare del tempo.

Il risultato finale della ricapitolazione della propria esperienza è la vergogna (v. 11) in un ripiegamento di sé che è fortemente evidenziato dalla proliferazione del pronome di prima persona (“di me medesmo meco mi”) e dalla conseguente allitterazione di m. Si giunge, nel finale, a una condanna dell’esperienza terrena e al riconoscimento che la vanità del mondo, l’edonismo, la ricerca del piacere non è altro che un “breve sogno”, le parole che sigillano la fine del componimento. Si osserva, dunque, che la condanna della vita terrena non deriva, come in Dante, da una diversa considerazione rispetto alla vita celeste, ma da un preciso percorso esperienziale che si chiude con la riflessione ( “’l conoscer chiaramente”).

Analisi del testo, il pentimento: "Piango e ragiono"

Petrarca condanna il proprio comportamento con il proprio pubblico, evocato sin da subito con il “voi” iniziale, sottolineato tra l’altro dall’anacoluto (il "voi" non è infatti il soggetto del verbo principale delle due quartine, “spero”). Si tratta di una captatio benevolentiae rispetto alle persone che sono disposte a mettersi in ascolto dell’esperienza di vita di Petrarca, che coincide con la sua esperienza poetica. 

Tutto il sonetto è composto con un ritmo binario e piano; numerose sono le coppie, unite dalle congiunzioni coordinanti, oppure le antitesi, così frequenti nell’autore (“quand’era”… “i’ sono”). Petrarca contrappone il passato al presente in un processo di cambiamento e consapevolezza sul ruolo dell’amore, che però non è ancora avvenuto in modo completo (“in parte”) o, meglio, che non ha cambiato radicalmente lo spirito e la mentalità di chi scrive.

Petrarca osserva che la sua poesia si compone tramite due azioni, “piango e ragiono”, che rimangono nel lessico della lirica amorosa fino a Leopardi: la meta finale che spera di raggiungere è la pietà, ossia la compartecipazione emotiva di chi legge e sente, ma anche il perdono, in una prospettiva, però, che non è più quella cristiana di Dante.


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Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, analisi del testo (primo sonetto del Canzoniere di Petrarca)
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