Dante e Boccaccio a confronto per tema e interrogazione: schema e riassunto su differenze e analogie



Confronto tra Dante e Boccaccio in riassunto e schema per temi e interrogazioni: le differenze e le analogie sui due Trecentisti, a partire da analisi di Commedia e Decameron


dante e boccaccio a confronto
Oggi vi proporremo un riassunto dettagliato sul confronto tra Dante Alighieri e Boccaccio per affrontare nel migliore dei modi un tema, un compito in classe o un'interrogazione: cercheremo, insomma, di formarvi al fine di superare qualsiasi verifica, scritta od orale, visto che l'argomento è sicuramente importante nell'ambito della programmazione di letteratura italiana. Ma veniamo al dunque, partendo dalle basi: Dante e Boccaccio, due delle tre indiscusse corone fiorentine; la loro fama e la fama delle loro opere rimarranno imbattute nei secoli dei secoli. Oggi prendiamo in considerazione gli ambiti nei quali si profilano le maggiori differenze tra questi maestri della lingua italiana, e, per un confronto più sensato e mirato, ci concentreremo sulle due opere di maggior rilievo scritte dai due autori e rispettivamente - neanche a dirlo - la Divina Commedia e il Decameron.

Prima di passare alla trattazione delle molte differenze, mi preme mettere subito in risalto il maggiore punto di contatto tra i due, che è di pertinenza linguistica. Entrambi gli autori infatti optano per un fiorentino, non ultra-letterario, ma declinabile a seconda delle situazioni e dei contesti; per essere più precisi diciamo che sia il catalogo lessicale di Boccaccio sia quello di Dante si appropriano di più registri linguistici dell'idioma fiorentino, che permettano a tutt'e due di avere a disposizione nel corso della scrittura un'ampia rosa di possibilità espressive. Il linguaggio utilizzato dai dannati dell'Inferno dantesco, per esempio, è conforme al contesto comunicativo e si colora di termini popolareschi, vernacolari e persino volgari. Il linguaggio dei beati del Paradiso è invece puro, armonico, solenne (almeno in linea di massima, visto che pure in questa cantica si trovano elementi del registro marcati verso il basso). 

Approfondisci: leggi il nostro tema su Dante per superare i compiti in classe

Lo stesso vale per Boccaccio, che ambienta le sue novelle in diverse aree geografiche e sociali, e ne approfitta per esplorare modalità espressive e idiomatiche assai differenti tra loro: si pensi anche al fatto che il Trecentista cerca di attribuire ad alcuni personaggi il loro vero dialetto, e che proprio a Boccaccio, tra l'altro, si deve L'epistola napoletana, importante esempio di letteratura dialettale riflessa: è evidente lo sforzo di entrambi, insomma, di distaccarsi dal latino e di dare dignità al volgare, che poi, però, dovrà assistere alla riaffermazione del latino in tutto l'Umanesimo, almeno fino alla prima metà del XV secolo.

Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio, a confronto simbolismo e realismo

Dante struttura l'universo attingendo dal sapere aristotelico e tolemaico e comprende in un'unica visione il mondo fisico e quello metafisico, sedimentati su strati sovrapposti: è un mondo profondamente cristiano quello che presenta il ghibellin fuggiasco nella sua Commedia, un guazzabuglio ben orientato di valori tramutati in spiriti, e spiriti che trascolorano in valori; di bestie mitologiche che rimandano a più alte allegorie, di guardiani e sigilli, di angeli e demoni: si tratta, insomma, di un cosmo che trasuda da ogni poro norme morali e nel quale ogni cosa trascende se stessa per significare dell'altro e andare a rimpinguare, con la sua sola presenza, il già vasto repertorio di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Una fenomenologia che si fa plastico di un pianeta, un modellino in scala che rispetta in tutto e per tutto una sensata gerarchia etica e, insieme, un campo aperto dove si sfidano le schiere cristiane contro quelle sataniche. E questo è l'universo secondo Dante.
Boccaccio ha una prospettiva ben più pratica e tangibile sull'ordine cosmico. Nel mondo che il padre del Decameron tiene costantemente sott'occhio non vige nessuna armonia di sfere in reciproca risonanza, non s'ode il riverbero delle pulsazioni di un angelo in volo e neppure la serafica eco di mille cori intonanti un Osanna: è una realtà imperfetta e imperfettibile, popolata da opportunisti e gozzoviglie, false morali e denaro sonante; insomma, un'arena dove il bianco e il nero smettono di giocare alla guerra e si fanno da parte per lasciare spazio ad un più verosimile grigio.

Più ristretto di un cosmo è il mondo che Boccaccio si diverte a dipingere, mentre sul volto ha abbozzato un risolino sardonico: uno spaccato sociale, una fetta ben scelta sistema sociopolitico fiorentino spalmata nei più disparati ambienti geografici e sociali. E - c'è da dire - l'autore ci sguazza alla grande in questo pantano organico; si muove con comodità in una trama fatta di inganni e di malizie – ma, soprattutto, di tanta formicolante umanità - che lui stesso, e nessun altro, ha filato. Nessun simbolismo e nessuna ambizione di filosofeggiare sulla realtà: soltanto il dato oggettivo, nudo e crudo, che ascriverà la sua opera ad un più genuino pruriginoso realismo.

Le novelle del Decameron brulicano di personaggi ambigui, parzialmente marci, corrotti ma solo in parte, ai quali è impossibile non accordare una certa spensierata simpatia. Perché? Perché sono identici a noi, il nostro preciso rispecchiamento dentro alla carta stampata; sono la drammatizzazione divertita delle nostre incoerenze, delle fragilità e degli alienabili opportunismi che, di punto in bianco, si staccano dalle nostre anime già lacere e pretendono un corpo e una voce, per muoversi, per parlare al posto nostro, dentro ad un mondo di certo non più finto del nostro. Qui trovate uno speciale - da leggere con cura - sul Decameron di Boccaccio e sulla sua struttura.

Siete riusciti a farvi un'idea chiara sull'opposizione tra simbolismo dantesco e realismo boccacciano? Ottimo, perché si ripresenterà identica, ma sotto altre spoglie, per i prossimi punti su cui focalizzeremo l'attenzione. Proseguiamo, dunque, il nostro riassunto su confronto e differenze tra Boccaccio e Dante per sistematizzare lo stato di conoscenze e studi sui due Trecentisti.

Differenze tra Dante e Boccaccio: le donne e l'amore

La Beatrice di Dante diviene presto un prototipo di femmina - alla stregua di una certa Laura - depositaria di tutto il corredo di valori etico-estetici che hanno distinto l'esperienza poetica dello Stilnovo da tutte le altre coeve, passate o future: è una donna angelicata, non una qualunque, che si eleva dalla massa languente dei comuni mortali per farsi baluardo di spiritualità e carità, un faro di speranza in un mare di corruzione e caducità. Un suo sguardo innocente e casto rivolto verso di te, e già la tua anima si sgrava di quei pesanti peccati che la ancoravano al suolo e, mentre prendi il volo, la tua coscienza si concede una bella doccia rinfrescante. Allo stesso modo, l'amore secondo Dante è un'esperienza d'ineguagliabile bellezza, che nobilita l'anima di chi ne è coinvolto: irripetibile e pregna di valori spirituali, un vero miracolo concesso da un Buon Padre. Ed è con un paio di lenti rosa, rigati dal pianto di un inestinguibile lutto, che Dante guarderà sempre all'amore, e mai e poi mai vi rinuncerà per ricorrere ad un riparo più sicuro, ma certo più inaridente, come può essere un cinismo dell'ultima ora.

Approfondisci: leggi il nostro riassunto sul rapporto letterario fra Dante e Beatrice

Le donne boccacciane sanno essere molto diverse. Chiuse in un involucro di sensuale fisicità, le eroine del Decameron si distinguono per astuzia, pragmatismo e determinatezza più che per probità e candore. Il lettore non le vedrà mai sdilinquirsi per la potenza del loro sentimento o rifiutare una profferta amorosa per non violare le recinzioni imposte dal decoro cristiano: come i personaggi maschili, anche quelli femminili perseguono l'utile e il vantaggioso, sottostando alla sola legge del “chi arraffa prima, meglio sta”. Suorine senza vocazione che s'invaghiscono del giardiniere e, quando si presenta l'occasione giusta, consumano il loro amore spudoratamente. Dame che ingannano il marito con il più sottile e gustoso marchingegno retorico e, sotto i suoi stessi occhi increduli, commettono il più ardito degli adultèri. All'acme della misoginia, poi, Boccaccio le trasforma in papere, nell'unica novella che racconta in presa diretta (la favola del Balducci, presente nell'introduzione alla quarta giornata): desiderabili sì, ma starnazzanti!

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Prendete a titolo d'esempio Alatiel, la naufraga che si accoppia per pura lascivia con mille uomini. Oppure Pampinea, personaggio di primo livello narrativo, sul quale Boccaccio imprime più direttamente il suo marchio autoriale; già dal nome esprime rigoglio e vitalità: è lei che nell'introduzione all'opera propone all'Allegra Brigata di evadere dalla pestilenziale atmosfera di Firenze e rifiorire dentro al locus amoenus di una villa di campagna. Non si fa troppi problemi ad opporre una stillante vitalità contro un inattuabile ideale di pietà e preferisce ad un'ipocrita prodigalità un moderato egoismo: Beatrice non avrebbe ceduto a tanta indecorosa lusinga mentre una non meno famosa Lucia, cinque secoli più tardi, si sarebbe trattenuta a soccorrere i moribondi.

E nel corso delle dieci giornate, una volta spicciata con quattro pratici accorgimenti la questione della rispettabilità, le eroine decameroniane non si fanno ritegno a campeggiare in mezzo a uomini, ascoltare e raccontare aneddoti più o meno scabrosi: a succhiare, insomma, il dolce nettare della mondanità e della frivolezza. Quanto più lontane dall'ideale femmineo che risalta in un episodio come quello del gabbo, narrato da un compunto Dante nella Vita Nova, potevano essere queste sette fanciulle? Ve la immaginate Alatiel, calata nei panni di Beatrice, mentre si impegna con anima e corpo ad ignorare il suo corteggiatore perché questo ha dedicato liriche ad altre donne, e ad imprimere in ogni gesto sdegno e riprovazione per castigare l'arditezza del poeta?

In maniera del tutto conforme a quest'idea disillusa della donna, la visione di Bocaccio sull'amore è materiale, fisica, disincantata. Il rapporto amoroso come descritto nel Decameron è altamente fisico, impulsivo, talvolta degradato al rango di bestiale. Il vincolo coniugale è presentato come una prigione, una trappola istituzionalizzata, mentre quello extraconiugale è per lo più un fugace appagamento dei sensi. E più in generale il Decameron rigetta ogni morale preconfezionata o imposta da un ideale più alto di umanità, per ricercare una più spassionata comicità e l'effetto grottesco. Non si tratta di un'opera amorale: il codice comportamentale che viene proposto è però più elastico e indulgente, nonché aperto alle esigenze della classe borghese. Il tutto si traduce infine in un assordante silenzio dell'autore, che giudica malvolentieri i comportamenti umani (ma talvolta sarebbe più consono definirli animali) e preferisce rifugiarsi dietro alla maschera del comico professionista. Se però vogliamo a tutti i costi trovare un fine più alto all'interno dell'opera boccacciana possiamo riconoscere a Boccaccio la puntuale inclinazione a rappresentare tutti i tratti umani senza autocensure e senza ipocrite edulcorazioni, oltre che il proposito di sbattere alla luce del sole tutti gli inganni, proferiti o solo introiettati, che instancabilmente accompagnano la vita di uomini di qualunque estrazione sociale, razza, cultura (in una sorta di democrazia dell'inettitudine).

Ancora confronti e differenze, la letteratura secondo Dante e Boccaccio


Dante si scaglia con chiara veemenza contro un ideale di letteratura fine a se stessa e al più bieco divertissement già nel canto V dell'Inferno quando, nel caratterizzare il peccato dei due amanti Paolo e Francesca, proietta parte della colpa che ha portato all'adulterio sulla lettura che stavano facendo: un libro scollacciato e lascivo, che narra della storia d'amore extraconiugale tra Ginevra e Lancillotto (Galeotto fu'l libro e chi lo scrisse). Un'opera tanto più esecrabile non solo per i contenuti osceni, ma soprattutto per il genere a cui si ascrive con dannata compiacenza: una narrativa senza pretese morali, concepita appositamente per lo svago e per una temporanea sospensione della gravitas che è propria di chi abbraccia l'impegno civile e morale.

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Al polo opposto, nuovamente, troviamo il Decameron, un'opera di intrattenimento e spumosa comicità. Un ritratto della levitas, del gusto per il bozzetto e per l'aneddotica: si pensi soltanto alla struttura dell'opera che non concede troppo fiato alla trattazione dei singoli temi ma opta per uno sviluppo sincopato a più riprese, favorendo così l'esplorazione dei diversi contesti e punti di vista - nessun accenno al saggismo o al pedante approfondimento tematico, piuttosto una sana immersione nella narrazione pura e divertente.

Questo è, anzi, un obiettivo morale che si impone Boccaccio stesso nel proemio, quello di intrattenere il suo lettore, o meglio la sua lettrice: con la sua opera si vuole infatti proporre uno svago onorevole al pubblico femminile, che per un'ingiusta convenzione maschilista non può cercare altrove sollievo alle pene d'amore. Se vogliamo poi tracciare i dovuti parallelismi, anche la Brigata immaginata dall'autore ripone nella narrazione le stesse speranze di una dolce evasione dal dolore e dal lutto.

Schema su Dante e Boccaccio

Qui di seguito trovate lo schema sul confronto tra Dante e Boccaccio adatto per smartphone, tablet e altro:

dante e boccaccio schema

Ora avete a vostra disposizione riassunto e schema sul confronto tra Dante e Boccaccio: sicuramente supererete temi e compiti in classe brillantemente. In bocca al lupo!

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Dante e Boccaccio a confronto per tema e interrogazione: schema e riassunto su differenze e analogie
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